Banda larga e finanziamenti restano un freno ma fioriscono gli esempi di innovazione.
Per l’Economist, l’economia digitale vale la terza rivoluzione industriale. Per la piccola Italia affogata nei debiti, rappresenta il volano per uscire dalla crisi e rimettere un po’ di crescita nel suo motore imballato. Facile a dirlo, più difficile a farsi. Oggi l’economia digitale pesa il 4% del Pil, in ritardo sugli altri paesi Ue. L’uso di internet è fermo al 50% della popolazione (68% la media europea), la pratica dell’e-Government riguarda non più dell’8% (21% Ue27) mentre l’e-commerce appena il 15% (43% Ue27). Quanto all’accesso alla rete, l’Italia resterà per qualche anno un paese a macchia di leopardo, con mille problemi di navigazione appena si esce dai centri urbani: la banda larga di nuova generazione, sviluppata sul modello misto pubblico-privato, resta infatti una chimera. Gli stessi imprenditori non sembrano percepire la strategicità del salto tecnologico nella catena del valore delle proprie aziende: solo il 4% effettua vendite direttamente on-line (media Ue 12%). Nel frattempo il digital divide colpisce 300mila Pmi distrettuali, come rivela il censimento di Confindustria digitale.
In questo senso l’Italia appare un paese dal destino segnato. Appare. Perché se scaviamo qualcosa si muove anche nel Belpaese. Basta allungarsi a Cà Tron, vicino Treviso, per imbattersi nella fattoria digitale H-Farm, l’incubatore tecnologico fondato da Riccardo Donadon (dal 2005 ha lanciato 32 start up tra cui la piattaforma pubblicitaria zooppa.com e il servizio prenotazione tavoli Misiedo). La mission della fattoria è sviluppare idee digitali e farle incontrare con venture capitalist e business angel in puro stile anglosassone. Proprio sabato in H-Farm arriverà il ministro Corrado Passera per partecipare ad una sorta di happening. L’obbiettivo della sua task force è alimentare l’ecosistema dell’economia digitale in un paese dove il funding, la ricerca dei primi finanziamenti, resta uno dei colli di bottiglia da sciogliere.
E ancora. Qualche settimana fa Vito Lomele, pugliese trapiantato a Milano, ha convinto gli inglesi del gruppo Daily Mail che la sua società (job rapido) vale 60 milioni di euro e può benissimo competere per la leadership mondiale nel job recruiting sul web. Lo stesso hanno fatto 2 ex studenti del Politecnico di Milano, Andrea Vaccari e Alberti Tretti, convincendo facebbok ad acquistare la loro start up Glancee (specializzata in geolocalizzazione). In parallelo la società Blomming dell’ex Yoox Nicola Jr, altro imprenditore trentenne, viene scelta da Gartner Group come una delle realtà emergenti più innovative dell’e-commerce a livello mondiale: si tratta di una piattaforma che disintermedia il commercio elettronico dalle grandi piazze virtuali come eBay portandolo sui social network (ognuno sul proprio blog, sito, pagina Facebook o profilo Twitter può vendere qualsiasi oggetto). Sulla scia di questi mini campioni si muove dal basso una galassia interessante. L’associazione ‘Indigeni digitali’ ha mappato 144 start up digitali che fanno innovazione sul territorio. Una primavera tecnologica “da accompagnare con misure fiscali che favoriscano gli investimenti nelle imprese innovative, le uniche capaci di creare buona occupazione”, ragiona Stefano Parisi, presidente di Confindustria digitale.
In Italia ci sono settori come turismo o trasporti quasi totalmente da digitalizzare. La potenzialità è massima. Al contempo la tecnologia può produrre valore aggiunto nella catena dei servizi e prodotti maturi: calzature, occhialeria, elettronica di consumo, manifattura tradizionale. Uno studio McKinsey accredita 2,6 nuovi posti di lavoro per ogni unità persa. Lo stesso vale nella Pubblica Amministrazione, in un paese dove la spesa pubblica pesa la metà del Pil. Secondo la School of Management – Politecnico di Milano – “la realizzazione di un’Agenda digitale può ridurre il deficit dello stato di 19 miliardi entro il 2013″. Innovazione tecnologica intesa come risparmio dei costi (spingendo sugli adempimenti dematerializzati e su banche dati interoperabili) e stimolo alla domanda interna di Ict con effetto traino sulle Imprese. “Lo switch off verso il digitale della Pa – prosegue Parisi – può contribuire all’azione di spending review, recuperando risorse per 56 miliardi”. Inoltre “la maggior disponibilità dei servizi pubblici e privati on line consentirebbe un risparmio di circa 2000 euro l’anno a famiglia, da spendere in altri consumi”. Di più. “Se le imprese italiane raddoppiassero gli investimenti in Ict – calcola Parisi – si avrebbe una crescita della produttività tra il 5 e il 10%, mentre se aumentassero dell’1% il fatturato estero attraverso le vendite on-line, il nostro export crescerebbe dell’8%”. Questo si, un vero miracolo italiano.
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